Medici

L’intervento per alluce rigido come prevenzione e cura

Scritto da Federico Usuelli | 7-ott-2019 9.00.00

 

L’alluce rigido è indubbiamente la causa più frequente di chirurgia del piede nell’uomo ed è seconda solo all’alluce valgo nelle donne.

L'intervento all'alluce rigido come prevenzione

Siamo convinti che sia possibile fare prevenzione delle forme di alluce rigido e griffe delle dita, tramite una correzione precoce.

Infatti, una volta diagnosticato un alluce rigido iniziale ed una volta verificata la presenza di un primo metatarsale elevato, è possibile pianificarne una correzione chirurgica.

Tavolta il dolore può essere legato ad una sorta di cipolla presente sulla superficie dorsale del piede. Questa può entrare in conflitto con calze e calzature e generare borsiti, infiammazioni acute e dolore.

In questi casi la soluzione – l’osteotomia obliqua – rappresenta una valida opzione, ma deve essere associata al trattamento delle deformità accessorie.

In primo luogo la “cipolla” dorsale (esostosi) sarà da rimuovere mediante una chelectomia. Evidentemente la sola chelectomia non sarà sufficiente a ripristinare l’equilibrio bio-meccanico del piede e rimane essenziale anche l’osteotomia obliqua.

Spesso si pensa che sia sufficiente correggere la deformità del dito per risolvere il problema.

Questo purtroppo può diventare per il paziente l’inizio di una lunga odissea.

Nei casi più complessi, dove alluce rigido, borsite dorsale, metatarsalgia e deformità delle dita coesistono, sarà ancora più importante per il chirurgo studiare il piede nel suo complesso mediante radiografie dei piedi in carico e pianificare un unico trattamento che preveda la correzione di tutte le deformità.

La chirurgia mini-invasiva come soluzione

La soluzione anche in questo caso è un’osteotomia obliqua: ossia un’osteotomia che preveda una plantariflessione del primo metatarsale dei millimetri sufficienti a ridare un equilibrio funzionale (generalmente oltre i 5 mm).

L’obiettivo è di abbassare il primo metatarso elevato, ridando movimento in estensione all’articolazione metatarso-falangea dell’alluce.

Questo è un intervento eseguibile con un’anestesia locale dalla caviglia in giù, una piccola incisione (davvero pochissimi centimetri).

Il decorso post-operatorio

Il carico è concesso da subito e la scarpa postoperatoria piana è da portare per 4 settimane.

A 30 giorni si torna ad una scarpa normale. A due mesi si è pronti per scarpe esteticamente appaganti e attività sportiva.

La piscina ed il mare aiuteranno mediante l’idrokinesiterapia già dal quindicesimo giorno.

Quando non è necessario l’intervento?

Esistono, invece, alluci rigidi che sono tollerati per tutta la vita da anche da pazienti esigenti.

Questi non sono soggetti che devono pensare a correzioni chirurgiche, ma semplicemente devono essere seguiti e magari consigliati nella scelta di calzature idonee.

È bene sapere che l’alluce rigido è quasi sempre associato ad un piede piatto o, tutt’al più neutro. Bio-meccanicamente è assolutamente improbabile che un piede cavo sviluppi un alluce rigido. In poche parole, durante un ciclo normale del passo, un piede ideale attraversa un momento in cui è fisiologicamente piatto (fase di appoggio) ed un momento in cui diventa cavo (fase di spinta).

Il piede, quindi, quando appoggia, è tendenzialmente piatto e si comporta come una molla che attutisce l’incontro con il terreno. Al contrario, quando è cavo, si trasforma in una leva rigida che genera propulsione.

In un paziente con un piede piatto patologico o semplicemente in un “pronatore”, il piede esercita molto bene la sua funzione di ammortizzatore, ma continua a comportarsi come tale anche quando gli verrebbe chiesto di divenire una leva rigida. Ecco, allora, che nella fase di spinta si ritrova a chiedere troppo all’avampiede e alluce, inevitabilmente, diventa più rigido.

In questi soggetti, una scarpa da pronatore o un plantare possono fare la differenza.

È importante, quindi,  che a consigliare il paziente ed a guidarlo in questo percorso, sia un medico, specialista in Ortopedia e Traumatologia, con delle competenze in Chirurgia del Piede.

D’altro canto è irrinunciabile per lo specialista, la collaborazione con altre figure sanitarie preposte alla cura del piede, una volta finalizzata la diagnosi. La conoscenza del tecnico delle proprietà fisiche dei materiali e della biomeccanica del piede porteranno ad un risultato vincente.