Le scosse alle dita dei piedi sono un sintomo neuropatico. In altre parole un nervo del piede è irritato, compresso o danneggiato. Tra il terzo e il quarto dito, la causa più frequente è il neuroma di Morton, ma esistono anche altre patologie scatenanti.
Fra queste figurano la metatarsalgia meccanica, la compressione del nervo tibiale alla caviglia, la neuropatia periferica e le radicolopatie lombosacrali. Poiché le terapie sono molto diverse, la diagnosi corretta è fondamentale.
Una scossa nasce quando un nervo invia segnali anomali. Il danno può trovarsi in un punto preciso del piede oppure lungo il percorso del nervo, dalla schiena alle dita. Quattro gruppi di cause spiegano la maggior parte dei casi.
Il neuroma di Morton è la causa più frequente per le scosse alle dita dei piedi. Si tratta di un ispessimento benigno dei tessuti che avvolgono il nervo interdigitale, che si forma nello spazio tra le teste dei metatarsi, poco prima che il nervo si divida per raggiungere le dita. Di solito interessa la sezione tra la base del terzo e del quarto dito.
All’origine c’è un’irritazione meccanica cronica: le teste metatarsali sfregano sul nervo, che si ispessisce e si circonda di tessuto fibroso. La condizione colpisce soprattutto donne tra i 25 e i 50 anni.
Per quanto riguarda le caratteristiche dei sintomi, la scossa compare camminando e spesso passa togliendo la calzatura. Molti pazienti descrivono anche bruciore, intorpidimento e la sensazione di avere un sassolino nella scarpa.
La metatarsalgia è un sovraccarico dei metatarsi centrali, cioè di tutti tranne il primo. Nasce spesso da un alluce valgo o da un alluce rigido, che non svolgono più la loro funzione di spinta nel passo. Il carico si sposta così sulle dita minori.
Il segno tipico è il callo plantare sotto le teste metatarsali. Con questa patologia, il dolore è continuo, sia scalzi sia con le scarpe, e aumenta premendo sulla testa del metatarso.
Il nervo tibiale posteriore passa dietro la caviglia, in un canale fibroso chiamato tunnel tarsale. Se viene compresso, provoca dolore bruciante o formicolio, che può arrivare fino alle dita, soprattutto camminando o indossando scarpe che lo favoriscono.
In questo caso è il segno di Tinel a orientare la diagnosi: battendo sotto il malleolo mediale compare un formicolio che si irradia verso il piede.
Nella maggior parte dei casi, questa patologia è associata ad un piede pronato. Il meccanismo è il seguente: il piede prona, diventa instabile medialmente (internamente), e prende il nome di progressive collapsing foot.
In questa fase si infiamma per sovraccarico il tendine tibiale posteriore, che, nella sua patologia infiammatoria, coinvolge le strutture adiacenti, tra cui il nervo. Ecco perché, nella maggior parte dei casi, la sola procedura isolata di neurolisi del tibiale posteriore è spesso inefficace.
Se la scossa elettrica interessa entrambi i piedi con andamento simmetrico, si pensa a una neuropatia periferica. I pazienti affetti descrivono formicolii, sensazione di spilli, intorpidimento, bruciore o scosse elettriche ai piedi e alle gambe.
Una radicolopatia lombosacrale, invece, è la compressione di una radice nervosa nella colonna lombare. Può dare scosse che partono dalla schiena o dalla gamba e arrivano al piede. In questo caso il piede è solo il punto in cui il sintomo si avverte.
Le diverse cause si distinguono con una visita accurata e pochi esami mirati.
Nessun esame da solo indica la causa. Il percorso parte dalla visita specialistica, che è bene affrontare avendo già a disposizione una radiografia (rx piedi in carico bilaterale) ed ecografia del secondo e del terzo spazio intermetatarsale, come esami di imaging di primo livello.
La visita pesa più di ogni altro esame. Lo specialista controlla dove viene avvertita la scossa elettrica, quando compare, se passa togliendo la scarpa e se interessa un piede o entrambi. Poi osserva il piede in carico e durante il passo.
Cerca segni di calli plantari, alluce valgo o rigido, altre deformità delle dita. Preme lo spazio tra le teste dei metatarsi ed esegue il segno di Mulder: comprimendo lateralmente l’avampiede si avverte un clic nel terzo spazio e il paziente riconosce la scossa, se la patologia sottostante è un Neuroma di Morton.
La radiografia in carico è l’esame di primo livello. Non mostra i nervi, ma mostra lo scheletro e quindi la biomeccanica dell’avampiede: lunghezza dei metatarsi, alluce valgo o rigido, piede cavo.
Serve a distinguere una metatarsalgia meccanica da un neuroma, anche quando si sospetta già quest’ultimo.
Ecografia e risonanza magnetica individuano il neuroma con alta sensibilità. Entrambe, però, identificano anche neuromi che non fanno male, motivo per cui esiste una sovradiagnosi di questa patologia in pazienti che soffrono in realtà di metatarsalgia.
Se il quadro non è quello di un neuroma, l’indagine si allarga. L’elettromiografia con studio della conduzione nervosa valuta il nervo tibiale e la presenza di neuropatie.
Gli esami del sangue, come la glicemia, cercano cause metaboliche. Il diabete, infatti, è tra le malattie sistemiche che più spesso possono provocare le neuropatie.
Infine, la risonanza lombare serve se alla base dei sintomi c’è una condizione che interessa la schiena.
La terapia dipende dalla causa, perché un trattamento adatto a una patologia può peggiorarne un’altra, o risultare inefficace. Vediamo di seguito le principali opzioni per ciascun caso.
Fra le soluzioni di cura più moderne volte alla riduzione del dolore, spicca anche la neuromodulazione con radiofrequenza o sonde fredde (crioanestesia). Si tratta di procedure che condizionano il funzionamento del nervo mediante una singola anestesia, che riduce la trasmissione del dolore, senza alterare il controllo del movimento.
Vengono eseguite da anestesista dal terapista del dolore ed hanno una grande efficacia quando eseguite con la corretta indicazione e programmate dopo aver ricevuto una diagnosi dallo specialista ortopedico.
Impostare subito la terapia giusta riduce il rischio di recidive e di interventi ripetuti.