Cartilagine

La lesione osteocondrale o cartilaginea è una delle patologie più comunemente riconducibili ad un trauma della cartilagine.

COS’E’

La cartilagine è il delicato tessuto che ricopre le nostra ossa, situato dove queste ultime si articolano tra di loro. Ha caratteristiche istologiche e biomeccaniche che variano da articolazione ad articolazione. Per esempio, la cartilagine del ginocchio è diversa da quella della caviglia e non può sostituirla con pari efficacia, e viceversa.
E’ un tessuto non vascolarizzato, ricco d’acqua, la cui densità varia a seconda della presenza di acido jaluronico e di altri gligosamminoglicani che i condrociti (le cellule produttrici) generano, depositano e metabolizzano.

Le lesioni della cartilagine possono essere limitate al tessuto stesso o coinvolgere l’osso spongioso sottostante, determinando quella che viene definita lesione osteocondrale, spesso associata ad edema osseo circostante l’area di lesione che, in gran parte dei casi, è responsabile del dolore.

Queste lesioni hanno di solito origine post-traumatica, anche se poi è la loro cronicizzazione a determinarne la sintomatologia e il conseguente ricorso a cure fisioterapiche o perfino alla chirurgia.

SINTOMI

Chi è affetto da questa patologia accusa dolore in corrispondenza della caviglia o, più in generale, dell’articolazione interessata. Di solito i risentimenti si percepiscono più acutamente in fase di carico, cioè camminando o stando in piedi, ma la sintomatologia può talvolta manifestarsi a riposo. Gonfiore e riduzione del movimento sono altri sintomi che spesso vengono lamentati anche se non sono direttamente correlabili alla sede della lesione.

Il paziente talvolta fatica ad associare l’insorgenza della sintomatologia ad un danno causato da un precedente colpo o urto, invece la storia delle lesioni osteocondrali è strettamente connessa ad un trauma e ad instabilità (lesioni legamentose).

DIAGNOSI

Una visita medica specialistica è sicuramente il primo, e più raccomandato, passo terapeutico da compiere.
Laddove, in tale sede, si ipotizzi una lesione osteocondrale, il percorso da me raccomandato prevede: innanzitutto, un attento studio della biologia della lesione mediante RMN (risonanza magnetica), per accertare l’entità dell’edema osseo. In secondo luogo, una TAC, per comprendere le reali dimensioni dell’eventuale lesione che spesso la RMN sovrastima. Infine, una RX (radiografia), eseguita in carico, per studiare quella che si chiama biomeccanica della lesione. Raccomando anche questo esame poiché una deviazione assiale non diagnosticata del retropiede o della caviglia può determinare un sovraccarico proprio sull’area lesionata, compromettendo il risultato finale della terapia.

COME SI CURA

Una volta diagnosticata una lesione osteocondrale sintomatica è di prioritaria importanza ridurre l’edema della spongiosa, ossia l’area di sofferenza intorno alla lesione vera e propria. In prima istanza, per intervenire efficacemente su questo aspetto, sono di prioritarie le terapie fisiche che, stimolando il microcircolo e il metabolismo osseo, attivano processi di guarigione. A tale scopo sono ormai ampiamente utilizzate la magnetoterapia e la Tecar Terapia. Quest’ultima rappresenta un notevole passo avanti nelle cure fisioterapiche. Grazie a questa innovativa tecnica è possibile ottenere una riduzione dell’edema perilesionale ed un contemporaneo stimolo delle microcircolazione peritendinea in tempi relativamente brevi.

LA CHIRURGIA

E’ necessario ricorrere alla chirurgia quando la sintomatologia persiste, nonostante le terapie fisiche, o qualora la lesione presenti caratteristiche di instabilità tali da comportare un rischio di ulteriore aumento delle dimensioni della stessa.

Ancora oggi viene considerata “gold standard” la scelta delle microperforazioni o nanoperforazioni. Un trattamento mini-invasivo, eseguibile totalmente in artroscopia, efficace per controllare la sintomatologia per un periodo medio lungo (difficilmente oltre i 5/6 anni dall’intervento), ma non in grado di rigenerare la cartilagine originaria.
In alternativa, sono nate di recente nuove procedure chirurgiche nel tentativo di rigenerare questo tessuto così prezioso. Nel tempo si sono sviluppate tecniche comunemente identificate con le sigle ACI e MACI, per arrivare alle due più innovative oggi praticate: AMIC e MAST. Queste ultime consistono nell’inserimento fra le articolazioni di un foglietto con una trama tale da facilitare la proliferazione cellulare ordinata. Questo tipo di intervento ha tuttavia manifestato un limite legato all’utilizzo di una chirurgia aperta.

 

Le dimensioni reali dellaMembrana AMIC da sovrapporre alla lesione.

Visione artroscopica: come appare la membrana AMIC dopo
il posizionamento a copertura della lesione.

Valutando i limiti di AMIC e MAST ho iniziato a sviluppare una pratica chirurgica innovativa che consente la totale esecuzione dell’AMIC in artroscopia, riducendo notevolmente l’invasività e i tempi di recupero. Quest’anno, al Congresso Mondiale di Chirurgia del Piede e della Caviglia di Chicago, ho presentato personalmente gli incoraggianti risultati preliminari di questa mia ricerca, destando notevole interesse soprattutto nei colleghi americani che non padroneggiano ancora l’esecuzione di questa tecnica. Ma la strada è ancora lunga. Anche per questo ho promosso la fellowship della dottoressa Camilla Maccario, specializzanda della mia equipe, presso la J. Hopkins University di Baltimora, per condurre degli studi su terapie che prevedano l’utilizzo di un donatore giovane di cartilagine invece del foglietto artificiale.

Lesione cartilaginea post-operatorio. 24 mesi dopo il trattamento.

Lesione cartilaginea pre-operazione

L’INTERVENTO

Valutata la necessità di procedere alla rigenerazione cartilaginea con tecnica AMIC, una volta stabilita la data dell’intervento, si procederà ad un pre-ricovero per i consueti esami di routine e per il colloquio con l’anestesista. Seguirà il ricovero. Si entra in ospedale il giorno dell’intervento, per essere dimessi il mattino successivo o pochi giorni dopo, in base alla valutazione delle condizioni generali.

IL RITORNO IN CAMPO

La domanda più frequente di un paziente, e ancor di più di uno sportivo, è: quando potrò tornare “in campo”?

Dopo l’intervento si viene generalmente dimessi con un bendaggio e con il consiglio di astenersi il più possibile dal movimento della caviglia, per evitare la mobilizzazione di quanto posizionato nell’articolazione operata.
Dal 15° giorno inizieranno la fisioterapia e la ginnastica in acqua (Idrokinesiterapia), per recuperare la confidenza con il carico della posizione eretta. Il recupero del carico completo comincia gradualmente dalla quarta settimana per concludersi nell’arco di 3/6 mesi.
Il ritorno al volante sarà concesso dopo 4 settimane; una cauta e graduale ripresa della corsa su terreni regolari sarà generalmente possibile a 3 mesi dall’intervento; attività sportive ad elevata sollecitazione per la caviglia dopo 6 mesi.

E’ importante, valutando questi tempi, considerare che non si accuseranno più i sintomi legati alla patologia dopo solo tre settimane dall’intervento, ma data la presenza di continui fenomeni riparativi, monitorabili con risonanze di controllo, la priorità è evitare stress meccanici che possano compromettere la qualità della riparazione cartilaginea.

LA RICERCA

Il mio impegno nella prevenzione e nel miglioramento della chirurgia per la cura delle patologie cartilaginee è oggetto di quotidiano studio e ricerca. Per approfondire questi temi e apprezzare il mio impegno nello sviluppo di innovazioni a livello internazionale vi invito a visitare la sezione “blog”.