In questo articolo parliamo in dettaglio di:
Distorsione caviglia: diagnosi
Distorsione caviglia: classificazione
Gli esami fondamentali per la diagnosi
Distorsione caviglia: tempi di recupero


La distorsione di caviglia è un evento molto comune che può rappresentare un piccolo dramma per il paziente.

La distorsione di caviglia può essere in eversione o in inversione a seconda che il piede si orienti verso l’interno o verso l’esterno.

La variabilità dei sintomi è molta: alcuni pazienti non avvertono il minimo disturbo se non una lieve tumefazione, altri riportano invece una sintomatologia algica importante associata ad ematoma e una tumefazione che va a limitare anche il movimento della caviglia stessa.

Distorsione caviglia: diagnosi

La sintomatologia però non sempre correla con i danni procurati dalla distorsione stessa.

Per questo motivo è importante visitare il paziente e rivalutarlo anche a distanza dall’evento traumatico.

La distorsione di caviglia deve essere valutata, non tanto basandosi sulla sintomatologia del paziente che può essere davvero molto soggettiva o sull’immediato esame obiettivo, bensì valutando nuovamente la caviglia a distanza di qualche settimana dall’evento traumatico.
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Distorsione caviglia: classificazione

Vi sono molte classificazioni utilizzate nella valutazione della distorsione di caviglia che si basano soprattutto sulla valutazione delle eventuali lesioni legamentose. Riteniamo però che la valutazione clinica non debba solo prendere in considerazioni eventuali lesioni legamentose, ma debba tenere conto di altri parametri come deformità scheletriche e propriocettività.

Seguendo la nostra classificazione, pubblicata sulla rivista europea Foot and Ankle Surgery, possiamo parlare di “complesso peritalare” che comprende non solo la caviglia, ma che vede appunto come un unico complesso la caviglia, l’articolazione sottoastragalica e l’articolazione astragalo scafoidea.
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Le tre tipologie di instabilità dei pazienti

Attenendoci a questa classificazione, quando parliamo di instabilità quindi dobbiamo distinguere 3 diversi gruppi di pazienti, senza pensare che uno sia più o meno grave dell’altro. Questa classificazione infatti ci serve non per stabilire un grado di severità della distorsione, ma per definirne il “carattere” e la tipologia.

Parliamo quindi di:

  • instabilità legamentosa, legata ad una lesione dei legamenti,
  • instabilità scheletrica, quando abbiamo delle deviazioni scheletriche in varo o in valgo del piede e della caviglia,
  • instabilità correlata alla propriocettività che è legata al tempo di risposta che intercorre tra lo stimolo e l’attivazione del muscolo corrispondente, in alcuni pazienti infatti il tempo di latenza tra stimolo e attivazione è aumentato.

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Gli esami fondamentali per la diagnosi

Per riuscire ad utilizzare in modo efficace questa classificazione abbiamo bisogno però di eseguire i corretti esami. Gli esami diagnostici indispensabili sono la radiografia, la risonanza magnetica e la TAC.

  • La radiografia rimane il nostro esame principe. Eseguita in carico ci fornisce molte informazioni che sono alla base di qualsiasi classificazione. Valutare la conformazione ossea del piede e della caviglia infatti ci permette di capirne l’atteggiamento, la biomeccanica, le deviazioni assiali ed eventualmente di ipotizzzare un planning chirurgico.
  • Non possono però mancare la RMN (risonanza magnetica) e la TAC. La prima ci permette di valutare la componente legamentosa. Nella caviglia i legamenti sono extra-articolari, al contrario del ginocchio, questo gli permette di cicatrizzare e di guarire autonomamente. In alcuni casi però l’instabilità della caviglia è tale da non rendere sufficiente questi meccanismi riparativi. Questo succede tipicamente quando oltre al legamento peroneo astragalico anteriore, che si lesiona in più dell’80% delle distorsioni di caviglia, si rompe anche il legamento peroneo calcaneare. In questi casi l’instabilità è tale da richiedere un intervento chirurgico.
  • La TAC ci aiuta ancor più della risonanza nel diagnosticare eventuali lesioni cartilaginee. Questo infatti non è un problema di gravità inferiore rispetto alla lesione legamentosa, né meno frequente. Al contrario una lesione osteocondrale può portare anche con più frequenza rispetto a una lesione legamentosa all’intervento chirurgico. La TAC ci aiuta a definirne con massima precisione la dimensione in modo da pianificare l’eventuale intervento chirurgico.

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Distorsione caviglia: tempi di recupero

I tempi di recupero dopo una distorsione di caviglia sono davvero vari.

Nella maggior parte dei pazienti la distorsione di caviglia guarisce tenendo l’arto a riposo, deambulando con due stampelle ed eseguendo della idrokinesiterapia (camminare in acqua), nel giro di giorni o poche settimane.
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I tempi di recupero nei casi “normali”

Basandoci sulla nostra classificazione possiamo dire che nelle distorsioni alla caviglia dovute ad un deficit della propriocettività i tempi di recupero sono sicuramente brevi. È importante, in questi casi, una corretta rieducazione propriocettiva: immaginiamo che i legamenti non siano una semplice corda, ma dei veri e propri sensori, in questi pazienti abbiamo bisogno che la caviglia riaccenda i suoi sensori e che torni ad essere ricettiva agli stimoli.

Diventa in questi casi importante la figura del fisioterapista che può aiutare e velocizzare il recupero completo.
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I casi più problematici

Nei casi in cui questa instabilità sia dovuta, invece, a una lesione legamentosa importante, sarà il paziente stesso a riferire instabilità e distorsioni continue. In questi pazienti diventa spesso necessario l’approccio chirurgico. Si tratta di interventi eseguiti ormai con tecniche mini-invasive, non solo con l’obiettivo di ridare stabilità alla caviglia, ma anche per prevenire eventuali recidive e concomitanti lesioni della cartilagine.
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I tempi di recupero nei casi più problematici

Nell’instabilità ossea i tempi di recupero possono essere più prolungati in quanto la correzione non riguarda la componente legamentosa bensì quella ossea, tramite l’esucuzione di osteotomie volte a ripristinare il corretto asse ed evitare aree di sovraccarico, particolarmente pericolose nel caso di associate lesioni osteocondrali. In questi pazienti diventa quindi indispensabile l’intervento di ricostruzione biologica della lesione cartilaginea associando il riallineamento scheletrico.

Il post operatorio prevede l’utilizzo di uno stivaletto gessato per 4 settimane sul quale non è concesso il carico. Alla rimozione del gesso il paziente dovrà svolgere in maniera autonoma della idrokinesiterapia e tornanado gradualmente a svolgere le sue attività quotidiane. L’attività sportiva dovrà essere rimandata a 4-5 mesi dall’intervento.
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