In questo articolo parliamo in dettaglio di:
Protesi di caviglia: i numeri
Protesi di caviglia: l’evoluzione del design
Protesi di caviglia e fast-track: riduzione dei tempi chirurgici, miglioramento dell’anestesia e riduzione delle complicanze


Condivido con piacere questo articolo del Wall Street Journal dove viene analizzata la grande evoluzione degli ultimi 15 anni in ambito di protesi di caviglia.

Lo condivido con orgoglio perché è il nostro lavoro e quello in cui crediamo.

Un motivo in più di soddisfazione è la presenza, tra gli intervistati, di tanti chirurghi americani, che davvero hanno “riempito” e influenzato la mia carriera lavorativa.

Vengono intervistati, infatti, il Prof. Nunley, il mio direttore quando lavoravo alla Duke University, il Prof. Schon con cui collaboro a tanti progetti dalla nascita della TM-Ankle (la dr.ssa Maccario è con lui uno degli autori del primo studio pubblicato nel mondo sui risultati clinici della protesi con approccio laterale) e infine il dr. Cristopher Gross, con il quale esiste una collaborazione lavorativa coltivata e sviluppata dal dr. Manzi che, oggi, ha portato come risultato alla pubblicazione di tanti studi insieme ed al disegno di nuovi progetti!

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È emozionante vedere come lo scenario scientifico internazionale oggi parli con convinzione e soddisfazione della protesi di caviglia: la soluzione per l’artrosi di caviglia.

Significa che il lavoro promosso in tanti campi, sta dando i frutti sperati!

È, naturalmente gratificante per un team come il mio, giovane e dedicato alla ricerca, trovare conferma dei propri studi e delle proprie scelte nell’attività di tanti altri gruppi nel mondo e negli Stati Uniti.
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Protesi di caviglia: i numeri

Oggi i pazienti prima di un intervento si documentano.
Penso che sia un’evoluzione naturale, che ha un profondo impatto sul nostro modo di lavorare, come medici.

Visto da una prospettiva un po’ chiusa, può sembrare una complicazione in più per noi medici, sempre più sotto pressione per incombenze burocratiche e turni lavorativi davvero impegnativi.
Una prospettiva più allargata, invece, permette di identificare nel desiderio di informazione del paziente un vantaggio per il medico che lo cura: un paziente consapevole è la chiave del successo!

Anche su questo aspetto, però, esiste confusione.

Ritengo, infatti, che informare un paziente sia sinonimo di parlargli di prospettive, aspettative, rischi ed iter terapeutico in generale, soddisfando la necessità del paziente di comprendere patologia e procedura.

L’equilibrio, però,  è fondamentale!

Il paziente talvolta è infatti esposto ad un eccesso di informazioni poco organizzate, che lo possono indurre a pensare di poter “scegliere come curarsi in assoluta autonomia”.
Penso sia un errore.

Ecco perchè i numeri sono importanti, ma devono essere spiegati!
In questo articolo, si dice che il 2017 sarà l’anno in cui negli Stati Uniti verranno impiantate 10.000 protesi, il doppio del 2011.

Questi dati sono il segnale che, nel mondo, si stanno estendendo le indicazioni per la protesi di caviglia ai pazienti artrosici in generale, riducendo le limitazioni storiche.

Un dato nel dato è la veloce evoluzione: cambiano le scelte anche solo tra 2011 e 2017!

Significa che l’evoluzione del disegno, della tecnica chirurgica e la comprensione della patologia stanno aprendo scenari terapeutici sempre più nuovi ed attenti a pazienti alla ricerca di soluzioni che permettano di salvaguardare il movimento della caviglia e, quindi, un’attività fisica e sportiva costante, fedele compagna dell’uomo in salute contemporaneo.
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Protesi di caviglia: l’evoluzione del design

Leggendo l’articolo, è chiaro.
L’evoluzione protesica è nel design.
Questa recente convergenza di opinioni e conoscenze scientifiche tra Europa ed America ha portato ad un risultato straordinario!

Negli ’80 e ’90, infatti, si disegnavano protesi voluminose, con forti ed importanti vincoli a tibia e astragalo. Si temeva la mobilizzazione dell’impianto e si reagiva incrementando i vincoli, le “catene” della protesi all’osso.
Oggi, anche da un articolo divulgativo come questo sul Wall Street Journal, si evince che il passo davvero vincente è stato abbandonare questo principio. Lo dice chiaramente Christopher Gross!

Una protesi deve risparmiare osso, su entrambe i versanti: tibia e astragalo.

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Può sembrare un tecnicismo noioso, ma è un passo epocale per questo piccolo mondo.

I pazienti di oggi devono essere grati per questo ai padri della protesi di caviglia europei, Haron Kofoed e Beat Hintermann (uno dei miei maestri) su tutti!

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Mentre, infatti, gli americani disegnavano ed utilizzavano protesi come “Agility”, che richiedevano grande sacrifici ossei, gli europei disegnavano ed utilizzavano impianti a risparmio d’osso come STAR (disegnata dal danese Haron Kofoed) e Hintegra (disegnata dal maestro, che più ha influenzato la cura dell’artrosi di caviglia negli ultimi 50 anni: Beat Hinterman).

Oggi che europei ed americani hanno smesso di “litigare” su questo punto, tutta la ricerca è andata in tal senso ed esistono protesi, come TM-Ankle (ZimmerBiomet) e Infinity (Wright Medical), che risparmiano osso, riducendo significativamente entrambe: invasività dell’intervento e rischio di mobilizzazione dell’impianto.

È nato il resurfacing e questo spiega la rivoluzione dei numeri anche solo tra 2011 e 2017.
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Protesi di caviglia e fast-track: riduzione dei tempi chirurgici, miglioramento dell’anestesia e riduzione delle complicanze

Il design protesico ovviamente amplifica le possibilità teoriche di un impianto.
Per essere applicabili, queste novità devono, però, fondarsi su una tecnica chirurgica moderna.
L’intervento non comincia e finisce in sala operatoria, ma solo quando il paziente è guarito!

Questo è un concetto che i centri di riferimento di chirurgia protesica (come IRCCS Galeazzi, dove sono cresciuto e lavoro) ed i chirurghi dedicati ad anca e ginocchio hanno ben chiaro.

Oggi un paziente prima di una protesi d’anca e ginocchio viene ampiamente informato delle varie fasi dell’intervento, dei vantaggi per lui di un pronto recupero e di una dimissione tempestiva, compatibilmente con le sue esigenze cliniche.

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Il fast-track

Il paziente sa che non è il chirurgo a guarirlo da solo, ma che è il team del chirurgo che lo accompagnerà nel suo percorso.
La punta di diamante di questo team è il paziente stesso.
Questo slogan, riassume il fast-track!
L’attività del mio team è oggi sempre più dedicata a sintetizzare il concetto di fast-track di chirurgia protesica di anca e ginocchio, rendendolo fruibile per il paziente che non ha problemi di anca e ginocchio, ma che è affetto da artrosi di caviglia.

Si tratta di piccole e grandi modifiche della nostra gestualità ed attività quotidiana, che devono essere costantemente riviste e poste sotto esame critico per poter sviluppare un percorso fast-track dedicato alla protesi di caviglia.

Gli aspetti migliorati sono tanti.
In primis, sono cambiate profilassi antibiotica, durata dell’intervento e l’utilizzo del casco durante l’intervento.

Riduzione dei tempi chirurgici

Siamo partiti con interventi che richiedevano tempi prolungati (circa 3 ore).
Oggi la durata media dell’intervento di protesi di caviglia del mio team è sotto i 90 minuti.

Il casco, inoltre, permette al chirurgo di lavorare in sicurezza, ampliando la superficie del proprio corpo “sterile” al collo ed alla testa.

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Questi 3 elementi insieme  ci hanno permesso di ridurre significativamente il tasso di infezione della protesi di caviglia, che oggi, nella nostra casistica (dati pubblicati sulla rivista di Chirurgia della Caviglia e del Piede europea) è davvero vicino alla chirurgia protesica di  ginocchio.

Riduzione delle complicanze chirurgiche e dell’anestesia

Anche l’anestesia ha vissuto una profonda evoluzione, riducendo sanguinamento intra e post-operatorio e dolore con associazione di blocchi periferici ed elastomeri.

Il punto di forza è il gruppo.
Il privilegio di lavorare sempre con gli stessi professionisti è sinonimo di fiducia, tranquillità ed evoluzione!

Da quando il mio team è nato ed è stato accolto nel TEAM C.A.S.C.O., la sinergia tra noi e il grande gruppo dedicato all’anca ed al ginocchio, guidato del dr. Ursino, ha reso possibili evoluzioni tecniche che oggi sono per noi routine, ma che in passato sembravano obiettivi irraggiungibili.

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Questo è la nostra chiave per interpretare il cambiamento nel trattamento dell’artrosi di caviglia e nell’impiego di protesi di caviglia.

Si tratta di una piccola rivoluzione che da tempo interessa il mondo scientifico, ma che ora colpisce anche l’opinione pubblica in generale, probabilmente perché i beneficiari di questa evoluzione sono uomini e donne giovani, nel pieno della loro vita attiva, con esigenze funzionali ed aspettative più rosee rispetto al passato.
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