In questo articolo parliamo in dettaglio di:
Che cos’è il piede cavo?
Il piede cavo nel ciclo del passo
Le cause del piede cavo
Cause scheletriche del piede cavo
Cause neurologiche del piede cavo
Cause post-traumatiche del piede cavo
Terapia conservativa e chirurgica per il piede cavo
Tempi di recupero post-intervento


Il piede è la parte del corpo che ogni giorno, quando siamo in stazione eretta, sostiene l’intero peso del nostro corpo.

Le modalità con le quali si appoggia sul terreno sono quindi molto importanti: a seconda del tipo e della superficie dell’appoggio, la postura che assumiamo e le forze cui sottoponiamo gli arti inferiori possono variare in maniera rilevante.

Il piede assume la sua conformazione anatomica definitiva intorno agli 8-10 anni di età; variazioni anche minime nelle modalità di appoggio e di spinta, che possono sembrare poco significative a chi non ha l’occhio allenato, sono invece molto importanti.

Possono infatti determinare cambiamenti, lenti ma costanti nel tempo, nell’anatomia stessa del piede e dei complessi articolari ad esso collegati [quindi soprattutto in quelli di caviglia e ginocchio].
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Che cos’è il piede cavo?

Il piede cavo è una condizione nella quale il piede tende a supinare.

Questo significa che l’appoggio dei piedi tende ad essere accentuato verso l’esterno, caricando eccessivamente le strutture laterali come il V° metatarso.

Sicuramente nel piede cavo l’arco plantare è più pronunciato, ma si tratta di una caratteristica che spesso i pazienti confondono tra piede cavo e piede piatto.

Infatti la volta plantare, se valutata da sdraiati, sembra essere sempre presente, sia nel piede piatto che nel piede cavo.

Per capire realmente quale sia la conformazione del piede, bisogna valutarlo in carico, camminando. Caratteristiche più specifiche del piede cavo sono per esempio la tendenza del calcagno a varizzare, significa che per compensare l’appoggio laterale del piede il calcagno tende a deviare verso l’interno.

Altra tipica caratteristica di questa deformità sono le dita a griffe e il primo metatarso plantarflesso.

Attenzione però: il piede cavo non deve essere necessariamente visto come una condizione patologica. Il piede cavo, specialmente quando si verifica in forma non accentuata, diciamo para-fisiologica, può non essere fonte di alcun problema: in questi casi non c’è ovviamente alcuna necessità d’intervenire.

Alcuni tipi di atleti, come i saltatori o gli sprinter, possono essere addirittura avvantaggiati nell’avere una conformazione leggermente cava del piede, perché gli consente una maggiore elasticità nella fase di spinta.
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Il piede cavo nel ciclo del passo

Nel corso delle due fasi principali che compongono il ciclo del passo [appoggio ed oscillazione], il piede cavo può essere avvantaggiato nella fase di oscillazione, quando deve sopportare le pressioni dovute alla spinta, mentre è svantaggiato nell’ammortizzazione dell’appoggio, che avviene per l’appunto durante la prima fase, a causa della più limitata superficie sulla quale può distribuire il peso da sopportare.

Vale il discorso opposto per la condizione di piede piatto, nella quale l’arco plantare è troppo poco pronunciato. È chiaro che, in entrambi i casi, l’eventuale vantaggio si ha solamente quando la condizione è lieve e non da alcun sintomo.


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Le cause del piede cavo

Il piede cavo può derivare da varie cause, che non di rado concorrono fra loro.

In generale, una prima classificazione si può operare fra cause congenite, che derivano dalle caratteristiche genetiche ereditate dai genitori, e cause adattive, ovvero fattori esterni che hanno influenzato la conformazione del piede.

Distinzioni più particolari si effettuano poi in base alla specifica causa che si pensa abbia influenzato maggiormente l’insorgere della condizione. Queste si dividono in sostanza nei tre gruppi che descriverò qui di seguito.
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Cause scheletriche del piede cavo

Quando si parla di deformità scheletriche non si può non citare la teoria di Manoli, secondo la quale:

il piede cavo nella sua deformitàsi distingue in forefoot-driven e hindfoot-driven ,a seconda che sia causato da deviazioni dell’avampiede o del retropiede.

Quando si parla di piede cavo dovuto ad una deformità dell’avampiede, questo si associa ed è dovuto in partenza ad una plantarflessione del primo metatarso.

Il piede quindi, assumerebbe la tipica conformazione in cavismo proprio a causa di questa iniziale deformità. È molto importante quindi la diagnosi, ma soprattutto il corretto trattamento, che in questi casi può essere una chirurgia molto mirata a livello del primo metatarso, senza stravolgere l’intero piede.

Al contrario nel piede cavo “hindfoot-driven” cioe’ determinato dal retropiede, non abbiamo solo una plantarflessione del primo metatarso, ma anche una supinazione indipendente del retropiede che porta quindi il calcagno a deviare verso l’interno, varizzando e perdendo il proprio asse.

I sintomi, come tipicamente accade nel piede cavo, sono legati alla deformazione delle superfici d’appoggio e possono esordire con la comparsa di un semplice callo sotto la testa del primo metatarsale e il lento sviluppo di una deformità “a griffe” delle dita e dell’alluce [in realtà più evidente nei piedi cavi neurologici].

La condizione progredisce manifestandosi attraverso il dolore sulla superficie laterale del piede, ma anche a livello dell’articolazione sottoastragalica nei casi di degenerazione articolare, fino ad arrivare a coinvolgere la caviglia nei casi più gravi.

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Cause neurologiche del piede cavo

Il piede cavo neurologico è sicuramente la forma più comune di piede cavo. Questo può essere congenito o acquisito e rappresenta circa il 70% dei casi di piede cavo.

Il piede cavo neurologico è legato al prevalere di alcuni gruppi muscolari su altri, con un conseguente squilibrio che porta ad un malfunzionamento e ad una perdita di funzionalità.

Tra le forme piu’ comuni di piede cavo neurologico troviamo le malattie eredo-familiari come la malattia di Charcot-Marie-Tooth, indubbiamente la più comune, la malattia di Friederich o la spina bifida, paralisi spastiche, ma anche lesioni midollari, spino-cerebellari e delle radici spinali.

In particolare la sindrome di Charcot-Marie-Tooth 1 e 2 [CMT 1-2] che come dicevo rappresenta una delle cause più comuni e diffuse di piede cavo neurologico, agisce portando ad una demielinizzazione assonica che determina un rallentamento dello stimolo.

Questo porta quindi ad una muscolatura inefficiente e, a livello del piede, i primi muscoli a risentirne sono quelli intrinseci, causando la tipica deformità a griffe delle dita. A seguire vengono solitamente coinvolti i muscoli tibiale anteriore e peronieri portando ad una difficoltosa deambulazione e – in ultimo – al drop foot, una condizione nella quale il piede non ha più la forza di rimanere sollevato da terra durante il passo, portando il soggetto ad inciampare in esso [piede cadente].
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Cause post-traumatiche del piede cavo

Il terzo gruppo di cause che possono determinare la conformazione del piede cavo sono dovute a qualche tipo di trauma.

Questi pazienti infatti hanno tipicamente subito traumi importanti a livello della caviglia, ma soprattutto del calcagno e riferiscono una difficoltà nella deambulazione e nell’equilibrio legato ad una asimmetria post traumatica a cui non erano abituati.

Questo può lentamente incidere sull’usura delle articolazioni, portando con il tempo a fenomeni di tipo artrosico.

In questi casi, spesso soggetti ad una lenta ma continua degenerazione, la chirurgia è l’unico trattamento risolutivo.

Le tipologie di tecniche utilizzate dipendono dall’età del paziente e dalla gravità della deformità e dalla degenerazione articolare. Possiamo parlare di osteotomie ossee correttive, o laddove non vi sia più la possibilità di salvaguardare l’articolazione, di artrodesi.

Fondamentale in questi pazienti è però un’attenta valutazione del piede e anche della caviglia, spesso coinvolta nei traumi direttamente o indirettamente [dalla deformità che coinvolge il piede, ma che porta anche la caviglia a lavorare in modo scorretto].

Ecco perché in questi pazienti la deformità andrà a colpire il piede, in particolare il retropiede, e la caviglia, potando ad un’artrosi di caviglia post-traumatica.

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Terapia conservativa e chirurgica per il piede cavo

Il trattamento conservativo nel piede cavo supinato è da limitare a casi particolari in cui la deformità sia lieve o i pazienti non operabili.

Infatti nella maggior parte dei casi il paziente che presenta un piede cavo, dovrà andare incontro ad una, in alcuni casi più chirurgie, per risolvere il suo problema.

Il trattamento chirurgico per il piede cavo può essere di tipo conservativo, cioè volto a preservare le articolazioni del piede, o ricostruttivo. Nel primo caso si parla di osteotomie e di transfer tendinei, nel secondo caso di artrodesi cioè della fusione delle articolazioni coinvolte dalla deformità e dalla degenerazione.

Nei casi post-traumatici, in cui venga coinvolta anche la caviglia con una artrosi e deformità in varismo, è indispensabile che il trattamento tenga in considerazione entrambi i distretti: piede e caviglia.

Infatti in caso di un’associata artrosi di caviglia post-traumatica, è necessario ricorrere ad un intervento che miri a ripristinare anche la funzionalità della caviglia: la protesi di caviglia.
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Tempi di recupero post-intervento

Il tipo di intervento che viene programmato influenza notevolmente i tempi di recupero.

Generalmente, osteotomie e transfer tendinei richiedono che il piede interessato sia immobilizzato per 30 giorni in uno stivaletto gessato, sul quale non è possibile caricare il peso del corpo. In tale periodo sarà quindi necessario utilizzare le stampelle. Rimosso il gesso al paziente è invece concesso il carico del peso fin da subito.

Un discorso simile vale per l’artrodesi, che ha però tempi di recupero leggermente più lunghi, che consistono nel portare un gesso post-operatorio per circa 30 giorni su quale non si può caricare il peso del corpo, sostituito poi con un tutore da indossare per altre 2 settimane sul quale però viene concesso il carico.

Nel caso diventi necessario intervenire anche a livello della caviglia, il paziente sarà di nuovo autosufficiente a circa 45-60 giorni dall’intervento. Il massimo recupero funzionale si raggiunge a circa 6-8 mesi dall’intervento.
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