In questo articolo parliamo in dettaglio di:
I pazienti affetti da artrosi di caviglia
I centri specializzati per l’artrosi di caviglia e il modello canadese
I centri specializzati per l’artrosi di caviglia, il paziente
I centri specializzati per l’artrosi di caviglia, il chirurgo
I centro specializzati per l’artrosi di caviglia per chi sta imparando


Martedì 30 maggio, dopo il meeting in cui ho incontrato tanti fisioterapisti della Sardegna, sono volato direttamente a Cracovia, direzione Piekary.

Avevo in programma una doppia “Reverse Surgeon to Surgeon” in un importante ospedale polacco.

In poche parole, un collega polacco, chirurgo di riferimento del piede e della caviglia in Polonia, ha programmato per la prima volta due interventi di protesi di caviglia in paziente affetti da artrosi post-traumatica.

Il trattamento dell’artrosi di caviglia in parecchi paesi nordici (Canada, su tutti) viene centralizzato in pochi centri dedicati alla cura di questo patologia che, alla luce dei numeri, si rivela una politica sanitaria estremamente efficiente.


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I pazienti affetti da artrosi di caviglia

È ormai noto che l’artrosi di caviglia ha numeri assai ridotti rispetto all’artrosi di anca e ginocchio, dove, evidentemente, è sufficiente assistere ad un incremento della vita media della popolazione, per riscontrare un incremento dei casi di artrosi di anca e ginocchio.

Nella caviglia, generalmente, l’artrosi colpisce pazienti più giovani, che hanno subìto un trauma (artrosi post-traumatica) o che hanno gravi malattie infiammatorie (artrite reumatoide, LES).

Questo è un aspetto rilevante, perché pur essendo una patologia meno importante in termini di numeri di soggetti colpiti, lo è in termini di impatto sulla qualità della vita.

Sono pazienti nel fiore dei loro anni produttivi, colpiti da una grave disabilità.

In passato, abbiamo citato articoli di studiosi americani, che hanno paragonato questa patologia a gravi malattie come insufficienza renale e cardiaca.
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I centri specializzati per l’artrosi di caviglia e il modello canadese

L’equazione canadese è: numeri bassi, necessità di trattamento super-specialistico, con la scelta conseguente di individuare dei centri di riferimento per ottimizzare il risultato finale.

Queste sono le motivazioni che mi spingono a viaggiare in Europa, quando si programma un intervento di protesi di caviglia.

L’obiettivo è quello di mettere al servizio di un altro chirurgo la nostra esperienza, in ambito di protesi di caviglia, per contribuire a dar vita ad un nuovo centro di riferimento.

Si tratta di dare una testimonianza fattiva di quello in cui crediamo e che abbiamo pubblicato: “Pearls and Pitfalls for a surgeon new to ankle replacement” sulla rivista scientifica Foot and Ankle Clinics.

Per chi è importante un centro di riferimento per l’artrosi di caviglia? Per il paziente e per il chirurgo e per chi sta imparando.
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I centri specializzati per l’artrosi di caviglia, il paziente

Il vantaggio per un paziente è quello di essere curati, usufruendo di tutte le esperienze passate, positive e negative.

Infatti, il team che ci ha in cura acquisisce sicurezza e confidenza con una patologia, quanto più ci si rapporta con essa. Impara a gestire ogni aspetto con una prospettiva sempre più ampia ed impara ad ascoltare meglio i campanelli d’allarme.

Niente deve spaventarci ma niente deve essere sottovalutato.

Immagino che ognuno di noi, poco prima di un intervento, in cui si hanno aspettative, venga assalito da domande ed ansie.

Generalmente un centro ad elevato volume ha sviluppato competenza nel gestire questa fase e il paziente arriva davvero pronto all’evento chirurgico, quando questo si rivela necessario.

È la chiave del “fast-track”, di cui tanto si parla e discute nei meeting.

Fast-track significa rendere il più breve possibile il ricovero in ospedale del paziente per permettergli di avere un recupero più veloce e funzionale possibile.
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I centri specializzati per l’artrosi di caviglia, il chirurgo

Lavorare in un centro di riferimento, significa essere parte di un team, dove ognuno sa quali sono i suoi compiti.

Nel mio tentaivo di avvicinarmi al paziente, mi capita di viaggiare in tutta Italia per visitare pazienti; visito a Milano, Genova, Roma, Firenze, Cagliari, Palermo, ma anche in altri centri più o meno grandi: come Bergamo, Monza, Renate, Ovada, Savona, Olbia e Lamezia Terme. Cerco di essere capillare.

Questo per rispondere all’esigenza del paziente di essere curato “vicino a casa” anche perché sono convinto che in fase diagnostica, sia più semplice “muovere” il chirurgo dal paziente e cerco di essere coerente con questa mia idea.

Spesso i pazienti mi chiedono se esista la possibilità di essere anche operati vicino a casa. Io rispondo spiegandogli quanto sia importante, al momento del ricovero, entrare in un processo assolutamente evoluto, preciso ed affidabile.

Con questo mi riferisco, all’ingresso in reparto, dove si incontrano i miei collaboratori che informano i pazienti di ogni passo che il ricovero comporterà.

Mi riferisco alla sala operatoria e all’anestesia, dove ci si affida ai miei angeli custodi, gli infermieri, che in equipe con l’anestesista, si preoccupano del paziente a 360 gradi: la sua tranquillità, l’assenza di dolore, la sua sicurezza.

Penso al mio team in sala operatoria, ai ferristi che sanno a memoria quello di cui ho bisogno, ai collaboratori in grado di fare quello che faccio io, per accompagnarmi meglio nei miei tempi chirurgici, anticipare le mie esigenze, e rendere l’intervento veloce ed affidabile.

Infine, la gestione dell’immediato post-operazione e le medicazioni sono parte integrante del progetto e del percorso. L‘intervento è finito quando il paziente sta bene ed è soddisfatto, non al termine dei miei 60/90 minuti di sala operatoria e, per monitorare questi passi, è più semplice lavorare in un centro di riferimento.
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I centro specializzati per l’artrosi di caviglia per chi sta imparando

Durante il mio percorso di crescita professionale ho lavorato con Mark Myerson, il chirurgo del piede e della caviglia probabilmente più carismatico degli ultimi 50 anni negli Stati Uniti, e ho lavorato presso la Duke University, uno dei centri al mondo dove si programmano ed eseguono il più elevato numero di protesi di caviglia negli interi Stati Uniti.

Per me, giovane chirurgo, è stato fondamentale.

Un grande afflusso di pazienti, significa un salto di qualità per chi sta imparando.

Il paziente affetto da artrosi di caviglia non è più un’eccezione che suscita interesse e la patologia acquisisce tratti più chiari e precisi con linee guida terapeutiche progressivamente più delineate.

Un centro di riferimento altamente specializzato, aiuta un giovane chirurgo ad individuare meglio quali siano i pazienti candidati ad un intervento chirurgico, lavorando a fianco di Myerson, DeOrio, Nunley e Easley, non ha significato unicamente acquisire gesti chirurgici nuovi ma, al contrario, imparare a capire quali siano i pazienti candidati per la chirurgia protesica e come gestire il post-operatorio.

Quando vengo invitato in una sala operatoria diversa dalla mia, spesso mi soffermo sui dettagli del dopo, che nel mio ospedale, sono la norma per il mio team. Per esempio, mi preoccupo che la caviglia del paziente venga immobilizzata a 90 gradi nell’immediato post-operatorio.

Ho apprezzato l’importanza di questo gesto nelle tante ore spese in ambulatorio prima ancora che in sala operatoria.

Ecco, perché un chirurgo, che pianifichi di curare nella propria vita professionale, l’artrosi di caviglia, beneficerebbe di un programma di super-specializzazione in un centro ad elevato volume.

Con l’appoggio di IRCCS Galeazzi e con questi obiettivi, abbiamo disegnato un programma di fellowship nazionale ed internazionale.
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