Come la maggior parte degli uomini, in particolare degli uomini italiani, si può dire che ho tirato i primi calci al pallone poco dopo aver imparato a camminare. Sulla spiaggia, tra i vicoletti o su un campo di calcio; da solo o in compagnia; a livello agonistico o come passatempo, fino all’età di 30 anni il pallone è stato il mio più caro amico ed io un compagno fedele. Ho sempre creduto che questo legame non si sarebbe mai rotto. Quando giocavo a pallone era come tornare indietro nel tempo e poco importava se i miei 15 anni fossero nel frattempo diventati 42: mi aiutava a sentirmi bene, a tornare bambino!

L’infortunio

Purtroppo però durante una partita di calcetto con i soliti amici, in un contrasto di gioco ho subito un infortunio alla caviglia sinistra forse causato dalla minor frequenza degli allenamenti dovuta agli impegni lavorativi e dalla ridotta elasticità muscolare, forse, forse … dovuta agli anni che avanzano!

I campanelli di allarme

Scioccamente non ho voluto dar retta al dolore e alle avvisaglie che la mia caviglia mi mandava e non l’ho curata in modo appropriato precludendomi un recupero completo anche a livello muscolare. Semplicemente pensavo che il tempo avrebbe aggiustato le cose, come già accaduto in passato. Non ho ridotto nessun tipo di attività, né modificato alcuna abitudine. Ed è stato proprio questo il mio errore più grande.

Da lì a poco il secondo infortunio mi ha allontanato definitivamente dai campi di gioco.

Come cambia la vita

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Il vero problema non è stato solo accettare di non poter più giocare a calcio, ma sentirmi enormemente limitato nella vita di tutti i giorni. All’età di 42 anni non potevo accettare di non riuscire più a fare una passeggiata senza sentire dolore o di dover avere sempre in tasca un antidolorifico. Ed è stato principalmente per questo motivo, unito al mio amore per lo sport, in particolare per il calcio, a convincermi a rivolgermi ad uno specialista che potesse aiutarmi a recuperare la funzionalità, ma soprattutto ad eliminare il dolore alla mia caviglia.

Il quadro della situazione

Ed è così che ho capito la natura del mio problema; avevo sempre pensato che la conseguenza tipica delle distorsioni di caviglia in generale, fosse una lesione legamentosa. In realtà, mi è stato spiegato, che più raramente questo rappresenta un vero problema per la caviglia. Al contrario del ginocchio infatti, i legamenti nella caviglia sono extra-articolari. Se questo da una parte ne facilita la rottura, dall’altra rende però possibile una più rapida cicatrizzazione e quindi guarigione. Ovviamente vi sono vari casi in cui o per un processo di guarigione non sufficiente, o a causa di una successiva distorsione, la caviglia diventa instabile. In questi casi siamo noi pazienti a guidare il medico nella diagnosi riferendo una caviglia instabile piuttosto che dolente.

Tuttavia la causa del mio problema non riguardava i legamenti.

Il mio caso specifico: la lesione della cartilagine articolare

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Non avevo mai pensato che una distorsione di caviglia potesse causare una lesione della cartilagine articolare, ma soprattutto non sapevo che le capacità rigenerative di questo tessuto, fossero cosi limitate.

La lesione cartilaginea, lesione osteocondrale, è causata principalmente dall’urto dell’astragalo sulla tibia durante la distorsione. La lesione si presenta il più delle volte a livello dell’astragalo, più raramente interessa la tibia. Talvolta però si parla di “kissing lesions” cioè lesioni combacianti: quella a livello astragalico trova la sua corrispettiva a livello tibiale.

Queste lesioni possono avere dimensioni e profondità diverse, non per forza correlate con la clinica.

Nel mio caso per esempio, la lesione cartilaginea era piuttosto piccola, ma a livello di un’area di carico per cui veniva spesso sollecitata.

Cosa è importante sapere prima

Mi è stato spiegato che è molto importante studiare le dimensioni delle lesioni. Queste misurazioni vengono effettuate basandosi sulla RMN e sulla TAC. Ognuno di questi esami strumentali dà informazioni diverse ed entrambi utili: la risonanza mostra la lesione con particolare focus sull’edema che circonda la lesione stessa. Studiare l’edema conseguente la lesione osteocondrale è molto importante. Talvolta è proprio dalle dimensioni di quest’ultimo che dipende la sintomatologia del paziente. La TAC invece, mette più in evidenza i margini della lesione permettendo di individuarne le dimensioni reali con più precisione: lunghezza, larghezza e profondità.

Non meno importante è valutare l’atteggiamento e le deviazioni assiali della caviglia che possono portare a sollecitare l’area lesionata.

In questo caso sarebbe un errore pensare di riparare la lesione osteocondrale senza prima riallineare piede e caviglia.

Infatti senza un ribilanciamento del piede e/o della caviglia la lesione situata in una zona di carico alterato, tenderebbe a recidivare a causa dell’eccessiva pressione esercitata.

Ecco perché nel mio caso oltre ad una ricostruzione biologica della lesione osteocondrale in artroscopia, mi è stato proposto anche un riallineamento del piede e quindi una osteotomia di calcagno.

Un altro dato da conoscere è che questi interventi regalano risultati migliori in pazienti sotto i 50-55 anni di età. La capacità di rigenerazione della cartilagine infatti, diminuisce all’aumentare dell’età.

La tecnica chirurgica

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Molte sono le tecniche chirurgiche utilizzate per eseguire questo intervento e le membrane biologiche a disposizione. Nel mio caso l’intervento di riparazione della lesione osteocondrale verrà eseguita in artroscopia utilizzando una membrana biologica chiamata AMIC.

Inizialmente, ho pensato che la membrana contenesse ogni principio terapeutico al proprio interno, come una sorta di “soluzione magica” regalata dalla biotecnologia.

Non è così: la membrana è solo un matrix, una sorta di ragnatela su cui è l’organismo stesso a costruire la propria guarigione.

È entusiasmante sapere, che in ognuno di noi, in ogni nostro osso, in profondità esistono delle cellule mesenchimali: ossia delle cellule multi-potenti. Queste posizionate nell’osso inducono la formazione di osso, nel muscolo di muscolo, nella cartilagine, di cartilagine.

Perché ci operiamo?

Pertanto l’obiettivo dell’intervento è quello di eseguire una toilette della lesione, ossia una pulizia del tessuto necrotico fino ad ottenere dei margini della lesione stabile. A quel punto, il chirurgo con degli strumenti dedicati eseguirà della nano-perforazioni (ossia dei piccolissimi buchi nell’osso dal diametro inferiore addirittura al millimetro) per permettere alle “famose” cellule mesenchimali – multi-potenti di arrivare in superficie e di collocarsi in uno spazio preciso. A questo punto l’ordine farà la differenza ed ecco entrare in gioco la matrice, cioè la membrana AMIC. Grazie a questa “ragnatela” posizionata dal chirurgo, ogni cellula si collocherà in una posizione precisa.

Questo indurrà la formazione di un tessuto molto simile alla cartilagine originaria, nei pazienti più giovani addirittura identico alla cartilagine ialina originaria.

Mi sono stati spiegati i tempi di recupero e le aspettative di questo intervento e benché sia consapevole che si tratti di un percorso, non vedo l’ora di intraprenderlo per poter tornare alla mia vita e alle mie abitudini…

È importante comprendere, soprattutto quando si tratta della nostra salute!

Per quanto riguarda il calcio… beh magari potrei riservarmi un ruolo da portiere!