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Federico Usuelli15 set 2026, 18:45:019 min read

Misurare il movimento: perché la longevità comincia dai piedi

Misurare il movimento significa valutare come cammina il corpo, non solo come appare: velocità del passo, simmetria e capacità di sostenere lo sforzo nel tempo sono indicatori funzionali di salute e longevità, al pari dei biomarcatori biologici.

Test semplici e sensori indossabili applicati al piede permettono di misurare il movimento reale e trasformarlo in scelte concrete.

 

INDICE

 

Guardarsi allo specchio non basta

Lo specchio ci restituisce un’immagine statica: mostra la forma del nostro corpo, ma non racconta come ci muoviamo, quanto siamo efficienti, come distribuiamo il carico o quanta capacità di adattamento possediamo ancora.

Possiamo apparire in forma e, nello stesso tempo, aver già perso una parte importante della nostra autonomia: camminare più lentamente, evitare inconsapevolmente le salite, accorciare il passo o aver bisogno di più tempo per recuperare dopo uno sforzo. Sono cambiamenti spesso graduali, difficili da percepire proprio perché avvengono un po’ alla volta.

Per questo, nel mio metodo, dopo Osservati viene Misura.

Misurare non significa trasformare la vita in una competizione contro noi stessi. Significa rendere visibile ciò che altrimenti rischierebbe di rimanere nascosto.

Comincia da un test semplice

Non serve partire da strumenti sofisticati. Un primo test può essere estremamente semplice: cammina per il tempo o per la distanza che riesci a sostenere senza dolore e senza alterare significativamente il passo.

Annota:

  •  quanto hai camminato;
  •  quanto tempo hai impiegato;
  •  quanto ti sei sentito affaticato;
  •  se hai avvertito dolore;
  •  quanto tempo ti è servito per recuperare.

Poi ripeti lo stesso percorso in salita e in discesa.

La pianura misura soprattutto la tua capacità di avanzare. La salita richiede forza, propulsione e riserva cardiovascolare. La discesa mette maggiormente alla prova controllo, equilibrio e capacità di frenare il corpo.

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Il valore non è nel risultato ottenuto una sola volta. È nella possibilità di ripetere il test nel tempo. La domanda non è: «Quanto cammino rispetto agli altri?», ma: «Come sta cambiando la mia capacità di camminare rispetto a me stesso?»

Questa è la vera funzione della misurazione: costruire una linea di partenza, intervenire e poi verificare se ciò che stiamo facendo funziona.

Leggi anche: Il Codice dei Piedi: Osservati. Misura. Correggi. Riprova.

Il passo è già un indicatore di salute

Siamo abituati a pensare ai biomarcatori come a qualcosa che si trova esclusivamente nel sangue. Valutiamo, per esempio, la 25-idrossivitamina D e il profilo degli acidi grassi omega-3 per ottenere informazioni sullo stato biologico e nutrizionale dell’organismo. Sono dati utili, ma devono essere interpretati nel contesto clinico: non sono, da soli, una prescrizione automatica di integratori né una misura diretta della longevità.

Camillo Ricordi e collaboratori hanno approfondito il ruolo della vitamina D e degli omega-3 nei processi immunomodulanti e antinfiammatori. È un filone interessante proprio perché propone di conoscere e modulare il contesto biologico, non di promettere una riscrittura del DNA. Gli autori discutono in particolare l’interazione tra i due sistemi metabolici e il possibile razionale della co-supplementazione in ambito autoimmune: un’ipotesi clinica specifica, che non va trasformata in una scorciatoia universale anti-aging.

Accanto ai biomarcatori biologici esistono importanti marcatori funzionali. Il modo in cui camminiamo è uno di questi.

La velocità del passo, la sua regolarità, la simmetria, la capacità di affrontare una salita, di controllare una discesa o di continuare a camminare quando compare la fatica descrivono la nostra autonomia reale. La velocità del cammino, in particolare, è stata proposta come un vero e proprio “segno vitale” funzionale e si associa a esiti di salute rilevanti nelle persone anziane.

Per questo mi piace parlare di riserva del passo: la differenza tra ciò che riusciamo a fare comodamente e ciò che siamo ancora capaci di fare quando l’ambiente ci chiede qualcosa in più.

Una persona può camminare bene per pochi minuti in ambulatorio e mostrare difficoltà dopo un chilometro, su un terreno irregolare o alla fine della giornata. La salute del movimento non coincide soltanto con la prestazione migliore. È anche la capacità di mantenere un passo efficace quando aumentano distanza, pendenza, velocità o affaticamento.

Il passo non è semplicemente un mezzo per spostarci. È l’espressione concreta della nostra capacità di restare indipendenti.

Leggi anche: I cinque cerchi della healthy Longevity

uomo anziano fa jogging

Telomeri e telomerasi: possiamo davvero “ringiovanire” il DNA?

I telomeri sono sequenze protettive poste alle estremità dei cromosomi. A ogni divisione cellulare tendono progressivamente ad accorciarsi. Quando diventano troppo corti, la cellula può entrare in senescenza o perdere la capacità di replicarsi.

La telomerasi è un enzima capace di ricostruire, almeno in parte, queste estremità. Da qui nasce l’idea, molto affascinante, che attivare la telomerasi possa rallentare l’invecchiamento.

La realtà è più complessa. La ridotta attività della telomerasi nella maggior parte delle cellule dell’adulto rappresenta anche un meccanismo di protezione: molte cellule tumorali riattivano infatti la telomerasi per continuare a moltiplicarsi. Telomeri più lunghi, quindi, non significano automaticamente vita più lunga o salute migliore.

Oggi non possiamo intervenire sul DNA come se fosse il software di un computer, modificando in sicurezza un singolo comando per fermare l’invecchiamento. La biologia è un sistema di equilibri: ciò che può favorire la rigenerazione, in un altro contesto può sostenere una proliferazione incontrollata.

Possiamo però influenzare il modo in cui il nostro patrimonio genetico viene espresso. Movimento, alimentazione, sonno, composizione corporea, ambiente e gestione dello stress interagiscono con la nostra biologia. Non riscrivono il DNA, ma modificano il contesto nel quale esso lavora.

Non dobbiamo sabotare il DNA

Una parte della cultura dei biohacker racconta il corpo come una macchina da forzare, correggere o riprogrammare. È una narrazione seducente: promette di superare i limiti biologici attraverso integratori, algoritmi e tecnologie.

Ma il nostro obiettivo non dovrebbe essere “sabotare” il DNA o ingannare l’invecchiamento.

Dovremmo piuttosto imparare le regole del gioco e creare le condizioni perché il nostro patrimonio genetico possa esprimersi nel modo migliore possibile.

Non possiamo scegliere i geni con cui nasciamo. Possiamo però agire su molti dei segnali ai quali il nostro organismo risponde: quanto ci muoviamo, come ci alimentiamo, quanto dormiamo, come manteniamo la massa muscolare e in quale modo distribuiamo il carico durante il movimento.

La longevità non nasce da un singolo valore perfetto. Nasce dall’interazione tra biologia, comportamento e funzione.

Per questo misurare è importante: ci permette di capire se le nostre scelte stanno davvero producendo un cambiamento.

Orologi, anelli e sensori: che cosa misurano davvero?

Gli strumenti indossabili hanno reso accessibili dati che fino a pochi anni fa potevano essere raccolti soltanto in laboratorio.

Orologi e anelli possono stimare:

  •  numero di passi;
  •  frequenza cardiaca;
  •  variabilità della frequenza cardiaca;
  •  sonno;
  •  consumo energetico;
  •  livelli generali di attività.

Sono informazioni interessanti, ma osservano il movimento prevalentemente da lontano. Contano quanti passi facciamo, ma non sempre ci dicono come li facciamo.

Due persone possono registrare lo stesso numero di passi e avere un movimento completamente diverso. Una può camminare in modo fluido e simmetrico; l’altra può proteggere un arto, ridurre la spinta, sovraccaricare l’avampiede o perdere stabilità durante l’appoggio.

Il numero è identico. La qualità del movimento no.

Perché misurare partendo dai piedi

Il piede è il punto nel quale il corpo incontra il terreno. È lì che ogni passo lascia una traccia.

Una soletta sensorizzata può raccogliere informazioni che un dispositivo al polso o al dito difficilmente riesce a ottenere direttamente:

  •  distribuzione delle pressioni plantari;
  •  durata delle diverse fasi del passo;
  •  simmetria tra destra e sinistra;
  •  punto di primo contatto;
  •  progressione del carico dal retropiede all’avampiede;
  •  qualità della spinta;
  •  variazioni del passo con velocità e fatica;
  •  differenze tra pianura, salita e discesa.

Non misura soltanto il movimento del corpo nello spazio. Misura la relazione tra il corpo e il terreno.

È una differenza fondamentale.

In laboratorio possiamo analizzare il cammino con telecamere, pedane di forza e sistemi molto accurati. Ma il laboratorio fotografa inevitabilmente una porzione limitata della vita. Una soletta sensorizzata può invece accompagnare la persona nel suo ambiente reale: a casa, al lavoro, durante una passeggiata o mentre pratica attività fisica.

Può mostrarci non soltanto il passo migliore eseguito sotto osservazione, ma il passo quotidiano, quello che compare quando siamo stanchi, distratti o costretti ad adattarci al terreno.

Ed è uno strumento estremamente poco invasivo: si inserisce nella scarpa e, una volta indossato, tende quasi a scomparire dalla percezione. Per molti aspetti è persino meno invasivo di un anello, perché non aggiunge un nuovo oggetto al corpo, ma utilizza lo spazio nel quale il movimento già avviene.

solette intelligenti foto

Dal dato alla scelta

Naturalmente, raccogliere più dati non significa automaticamente conoscere meglio il proprio corpo.

Un numero privo di contesto può creare ansia, generare interpretazioni sbagliate o spingerci a inseguire obiettivi che non hanno alcun significato clinico. La tecnologia diventa utile soltanto quando il dato risponde a una domanda.

  • Sto camminando più a lungo?
  • Il mio passo rimane simmetrico quando mi affatico?
  • Dopo aver modificato l’allenamento, la distribuzione del carico è migliorata?
  • Una scarpa o un plantare stanno davvero cambiando il mio modo di muovermi?
  • Sto recuperando forza, equilibrio e fiducia?

Misurare serve a decidere. E, soprattutto, a verificare.

La longevità non si contempla: si mette alla prova

Non basta guardarci allo specchio e pensare di stare bene. Dobbiamo osservare ciò che il nostro corpo sa ancora fare.

Camminare, salire, scendere, mantenere l’equilibrio, adattarsi, recuperare. Sono queste capacità a definire la parte della vita che possiamo continuare a vivere in autonomia.

La tecnologia ci permette oggi di misurarle con una precisione crescente. Ma il principio rimane semplice: partire dal movimento reale, scegliere un parametro comprensibile e seguirlo nel tempo.

E se vogliamo conoscere davvero la qualità del nostro passo, il luogo più logico dal quale iniziare sono i piedi.

Perché i piedi non registrano soltanto quanti passi abbiamo compiuto. Raccontano come stiamo attraversando la vita.

 

Bibliografia essenziale

Le fonti sono state selezionate per sostenere i principali snodi scientifici del testo. La loro presenza non trasforma associazioni biologiche o risultati ottenuti in popolazioni specifiche in raccomandazioni terapeutiche universali.

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